La Malagatta

la Verità che non fa le fusa

🌑 Favola della Malanotte #1 – La donna che non dormiva mai

Ogni notte si stendeva nel letto, chiudeva gli occhi e aspettava il sonno. Ma il sonno non arrivava mai. Le tende, nere come palpebre cucite, tremavano a ogni alito del corridoio. Le assi scricchiolavano come denti che digrignano da soli, e un orologio nel muro batteva colpi irregolari, come un cuore che si ricorda di esistere troppo tardi.

Al posto del sonno arrivavano i pensieri: come piccoli gatti randagi, entravano da sotto la porta, lasciando scie di polvere e buio. Si accoccolavano sul petto e cominciavano a fare le fusa. Fusa che suonavano come frasi incompiute, memorie di vite passate, desideri non esauditi. Alcuni avevano occhi di vetro, altri baffi spezzati; uno, grigio come la cenere, trascinava una campanella senza suono.

Quando cercava di voltarsi, sentiva il lenzuolo tirare da un lato, come se un paio di mani invisibili volessero insegnarle a stare ferma. Il lampadario, pieno di mosche mummificate, oscillava appena, e gettava ombre a spillo sulle pareti, cucendo figure che non voleva riconoscere. Dal comodino, un bicchiere lasciava un cerchio d’acqua: una luna spenta.

Una notte decise di non combatterli più. Si alzò, accese una candela: lo stoppino prese fuoco come una confessione, sputando minuscole scintille che odoravano di chiodi arrugginiti. «Va bene» disse. «Restate. Ma se restate, mi parlate.»

E i gatti parlarono.

Il primo, nero con una macchia bianca sulla gola, spalancò la bocca: invece del miagolio, uscì una voce che conosceva troppo bene — la sua, di quando aveva dieci anni: «Qui hai avuto paura, e l’hai chiamata educazione.»

Il secondo, spelacchiato come una promessa in ritardo, si sdraiò sulla sua mano: «Qui non hai scelto. Hai lasciato che scegliessero per te, e poi hai chiamato destino la tua stanchezza.» Ogni parola lasciava sul palmo una riga sottile, una grafia che bruciava.

Un terzo, con occhi lattiginosi, vomitò sul tappeto un nastro di fotografie che non ricordava d’aver scattato: lei che sorrideva con i denti serrati; lei che diceva “sì” con il corpo inclinato a “no”. La candela tremò. Le ombre, ingorde, si allungarono fino a lambire il soffitto, come se volessero leccare il gesso.

Ogni miagolio era una confessione. Ogni fusa, una verità che aveva nascosto a se stessa. Quando chiudeva gli occhi, vedeva ancora meglio: un vestibolo di porte semichiuse, ognuna con un nome inciso dal rovescio. “Silenzio per compiacere”. “Obbedienza per paura”. “Amore come debito”. Ad aprirle, l’aria sapeva di soffitta e di pioggia, e qualcosa dietro, piano, rideva senza denti.

Fu allora che la Malagatta arrivò. Non scivolò: comparve, con la naturalezza di un pensiero cattivo che ha trovato coraggio. Nera come l’inchiostro versato sulle cuciture del cielo, con un collare di chiodi d’argento che non tintinnavano. Le pupille, due spille lunghe; la voce, una lima.

«Non sei insonne. Sei colpevole di lucidità» graffiò. «Hai adottato gatti per non adottare parole. Li vuoi teneri, li vuoi metafora: ma sono topografi dell’ombra, fanno mappe della casa che non ripassi mai. Vuoi dormire? Togli alle cose il nome sbagliato.»

La donna strinse la candela. La cera colò sulle nocche come lacrime solide. «E se mi fanno male?» chiese, indicando i gatti, che ora annusavano le fotografie come fosse carne.

«Il male è il tuo modo preferito di rimandare» sibilò la Malagatta. «La paura è una madre invadente: ti copre gli occhi e chiama amore il buio. Guardaci. Guardati. E decidi chi mangia chi.»

Allora uno dei gatti — piccolo, bianco come un errore corretto con bianchetto — saltò sul comodino e rovesciò il bicchiere. L’acqua corse, si infilò nelle fenditure del legno e, invece di asciugarsi, cominciò a salire, come un pensiero ossessivo. Si arrampicò lungo la parete, lasciando scie scure che disegnavano ginepri, scale, un pozzo. Dal pozzo veniva un odore di piombo e di domenica pomeriggio.

«È qui che hai nascosto le parole» disse la Malagatta, annusando l’aria. «Nel giorno in cui il silenzio fa i turni lunghi.»

La donna respirò. Per la prima volta da secoli, respirò fino al pavimento. Sentì i chiodi delle assi come piccole stelle spentesi sandalate di tempo. «Va bene» disse. «Parliamo.»

Allora i gatti si sedettero in cerchio. La Malagatta si leccò una zampa con cura chirurgica e iniziò l’inventario.

— Qui hai detto “è niente” e ti sei fatta casa nell’“è niente”.
— Qui hai fatto la brava finché ti è cresciuta la ruggine sotto la lingua.
— Qui hai chiamato cura la rinuncia, e le hai messo il profumo buono.

Ogni frase era un graffio sull’aria; ogni graffio lasciava cadere qualcosa: un vecchio mazzo di chiavi senza porte, una ciocca di capelli legata con un elastico consumato, un biglietto del treno mai timbrato. La stanza pesava meno, ma i polmoni pesavano il giusto.

Nel corridoio qualcuno passò, o forse fu solo la casa a ricordarsi di aver avuto un corridoio: si sentì la risata di una cornice, il colpo secco di un libro che si chiude da solo quando capisce la trama. Fuori, la notte morsicava i lampioni, lasciandoli mezzi spenti, mezzi sanguinanti.

«Come si dorme, adesso?» chiese la donna, la voce un filo, ma tesa come una corda di violino pronta a cantare.

«Si dorme quando la luce smette di fare la brava» disse la Malagatta. «Quando invece di chiedere permesso entri. Quando invece di controllare, consacri. E se non dormi, smetti di chiamarlo problema: chiamalo guardia notturna. A turno la fai tu, a turno la fa il buio. L’importante è non rubarsi il cambio.»

All’alba non era più la stessa. Non perché avesse dormito, ma perché finalmente si era svegliata. Aprì la finestra: l’aria entrò con il passo leggero di chi non ha più bisogno di scusarsi. I gatti scivolarono sotto i mobili, nelle crepe, nel battito tra un minuto e l’altro. Rimasero gli odori: ferro, cera, pioggia. E una parola nuova, non detta, che però si comportava già come una promessa mantenuta.

Lo sai, vero, che chi non dorme non è sempre inquieto — a volte è solo troppo vivo per chiudere gli occhi? E che la vita, quando non dorme, è capace di vegliare su di te meglio dei santi domestici che tieni sul comodino?

Nota della Malagatta: «I pensieri vengono a farsi adottare. Smetti di dar loro latte dolce: dagli nomi. Li sazia di più. E se uno morde, mordi meglio: per svegliare il sangue che hai imparato a tenere educato.»

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