La Malagatta

la Verità che non fa le fusa

🖤 Favola della Malanotte 4 – Gli immortali che dimenticavano di incontrarsi

Alla fine dell’umano, quando i calendari si erano stretti come cinture su ventri vuoti, rimasero loro due, coppia antica come le crepe e nuova come la paura. Camminavano in un mondo che aveva spento le insegne e lasciato accese le stelle. Si dicevano sposi, si dicevano compagni, ma nessuno li chiamava. E senza voce altrui, si sentivano leggeri come le parole che non vengono mai pronunciate.

Non sapevano se si amassero perché erano gli ultimi o perché erano i primi a non avere testimoni. L’amore, senza platea, gli scivolava addosso come acqua che bagnava e non entrava, come sulla pietra selciata. Le città si erano fatte cortili di muffa e vento; i fiumi, dischi che suonavano al contrario, avevano cambiato direzione alla corrente. Loro si aggiravano per le stanze del mondo aspettando che una porta aprisse una persona, e insieme tremando che ciò accadesse davvero.

Quando incrociavano il proprio riflesso nelle vetrine intatte — occhi come due monete antiche, mani che ricordavano ancora il gesto di stringere — si salutavano da lontano, con la fretta dei vivi e la calma dei morti. «Mi vedi?» chiedeva lei. «Ti immagino» rispondeva lui. Era quasi la stessa cosa, ma quel quasi era un’eterna agonia.

Gli animali, che non avevano bisogno degli applausi per esserci, li scrutavano con una pietà da maestri più antichi di loro. I gatti, nati per osservare e tenere a mente, li seguivano a distanza. Lasciavano sul percorso offerte imparziali: un topo, un uccellino caduto, un pezzo di silenzio fresco. «Mangiate» dicevano senza dire, «ricordatevi il peso.» Ma a loro anche l’appetito era diventato eterno: nessuna punta, nessuna fine. Un desiderio senza bordo non morde.

Così smagrivano e diventavano trasparenti nella misura in cui insistevano a voler restare. Dimenticarono che si può urtare uno spigolo, cadere, sbucciarsi: tutte le pedagogie della pelle. Rimanevano, di loro, soprattutto gli occhi: due lucciole libere dalla candela, due orologi senza polso. Gli occhi vagavano e finivano sempre per incontrarsi, come se il mondo non avesse altro punto di ritrovo.

All’inizio, guardarsi era ancora un rifugio. Poi, lentamente, diventò scomodo come sedersi fuori su una sedia d’inverno. Il troppo del proprio riflesso rovesciato nell’altro accese una nausea: «Ti vedo sempre» mormorava lei, «e non mi basta.» «Ti vedo soltanto» rispondeva lui, «e mi pesa.» L’amore, senza interruzione, si stanca di sé stesso come il mare si annoia senza gli scogli.

La Malagatta arrivò da sotto una persiana allentata, trascinando una coda che sapeva di polvere buona. «Non si dovrebbe fissare troppo a lungo lo stesso specchio» graffiò. «Apre un buco nella stanza.»

I due immortali la guardarono con l’avidità di chi finalmente è visto da qualcuno che non ha paura di chiamare le cose per sottolinearle. «Esistiamo?» chiesero in due. La Malagatta si leccò una zampa come si firma un documento importante. «Finché vi fate domande al plurale, sì. Ma state diventando vapore con la testardaggine sbagliata: volete vivere senza morire. E questo, piccoli sassi lucidi, non si fa gratis.»

Gli animali si radunarono in assemblee basse: volpi con mantelli opachi, corvi con la voce arrochita dalle storie, cane e cane, capre che assaggiavano il ferro delle ringhiere. Decisero di vegliare gli immortali come si veglia un temporale: senza credere di poterlo convincere, ma facendo posto alle sue cadute. Ogni sera, al crepuscolo, lasciavano qualcosa accanto a loro: una piuma che sapeva di cielo, una lisca di fame, un sasso caldo di sole, acqua raccolta nel cavo di una foglia. Doni che pesavano poco e insegnavano molto.

Una volta, un branco di gatti stese loro una pista di prede fino a un albero quasi morto, una sola foglia resisteva sui rami ritorti. Gli immortali la seguirono come si seguono i punti di cucitura su una ferita. Arrivati all’albero, trovarono appesa una pelle di vento: «Indossatela» dicevano gli sguardi felini. «Insegna a passare.» Ma loro non avevano più la misura: la pelle del vento cadeva dalle spalle come un quadro in una cucina spoglia e abbandonata.

Più si rendevano leggeri, più l’odio li corteggiava. Ma era un odio stanco e addormentato che allenta i nodi. «Se ti guardo, non mi ritrovo» disse lei una notte, seduta su una panchina mentre cercava di ricordare l’uso delle mani. «Se non ti guardo, scompaio» disse lui, in piedi come una promessa disattesa. Inventarono allora una liturgia storta: si evitavano di proposito per riformarsi, e a forza di riformarsi si innamoravano. Poi, quando l’amore si faceva pieno e senza sbavature, tornavano a cercarsi fino a odiarsi, e l’odio preparava la prossima dimenticanza. Una ruota senza cardini. Una danza macabra fatta di silenzi e schianti.

«È successo altre volte» disse la Malagatta, che aveva memoria e sete di evoluzioni. «Quando si ama solo perché non c’è alternativa, si finisce a chiamare amore ciò che è abitudine vestita bene. Voi avete il peggio e il meglio: nessuno vi conferma, nessuno vi distrae. Avete solo il bilanciere del vostro sguardo.»

«Che fare?» domandarono. E la notte, che aveva orecchie, tese un po’ la tela.

La Malagatta scelse parole senza zucchero: «Scegliete una morte piccola e ripetetela, finché vi torna fame. Non potete morire tutto intero? Allora morite per parti: un dito, un nome, una storia. Perdete un’abitudine al giorno. Rompete un rituale e lasciatelo sul prato. Se non potete cadere, spingetevi contro qualcosa che resiste: non si esiste senza attrito.»

Non capirono subito, perché gli immortali hanno tempi più lenti della ruggine. Ma iniziarono. Lei smise di pronunciare la parola “per sempre” e la ripose in un armadio con il profumo di canfora. Lui rinunciò a ricordare ogni dettaglio di ogni alba: ne conservò una soltanto, come si tiene una foto nel portafogli. All’inizio furono gesti ridicoli: togliersi un guanto, non guardare il cielo per tre giorni, camminare con una scarpa slacciata. Poi le piccole morti cominciarono a somigliare a vite brevi: dormire su una sedia, non baciarsi quando la bocca lo chiedeva, lasciare andare una frase senza terminarla.

Gli animali si accorsero che il loro odore cambiava: meno vetro, più sangue. I gatti fecero un brindisi con le spalle; i corvi cantarono a voce bassa la canzone che si canta quando una cosa ricomincia a pesare. L’aria attorno ai due si addensò quel tanto che serve a fare una piega in un lenzuolo.

Ma la ruota tornava, testarda. C’erano notti in cui, rifatti quasi interi, gli immortali si perdevano di nuovo l’uno negli occhi dell’altro e scivolavano nella nausea. Allora una rabbia sottile riprendeva servizio: «Sei tu che non esisti senza sguardo» diceva lei. «Sei tu che non esisti senza recita» diceva lui. E il mondo, che ormai non aveva platea, tratteneva il fiato come un palcoscenico che sente arrivare il botto.

La Malagatta appese i baffi al chiodo della pazienza e fece quello che fanno i gatti quando hanno deciso: costrinse. Li condusse in una sala d’attesa senza pareti: il centro di una rotonda dove un tempo le auto giravano a vuoto. «Qui vi lascio» disse. «Se vi dimenticate, vi riformate. Se vi ricordate, vi perdete. Fate pace con l’alternanza: è il vostro solo nutrimento.»

Loro si sedettero su due sedie prese da due cucine diverse. Restarono immobili finché una foglia, venuta da un albero che non c’era più, si posò sulla spalla di lei e la convinse che il peso è una lingua che si impara con la schiena. «Ho fame» disse, all’improvviso. «Anch’io» disse lui, e la parola scese ai piedi.

Fu un momento minuscolo, ma fece clic come una serratura addestrata. Presero una delle offerte degli animali, la più modesta: un tozzo scuro che non prometteva nulla. Masticarono. Il rumore dei denti fece un riverbero nel mondo che non c’era più, e la stanza senza pareti si riempì di un odore vecchio di cibo di nonna. Mangiare fu la loro prima morte: persero un pezzo di eternità in cambio di una briciola di tempo che si consuma. L’appetito, non più immortale, tornò a graffiare.

«Benvenuti nel ritmo» soffiò la Malagatta. «La vita è bene educata: non si presenta senza la morte. Se non potete avere l’una intera e l’altra intera, fatevi portare porzioni. E ricordate: ciò che non finisce si ammala.»

Da allora, gli immortali impararono a dimenticarsi con criterio. Fissarono appuntamenti che non sempre rispettavano, si cercarono nei posti sbagliati per concedersi il lusso di sbagliare strada. Si innamorarono come chi sa di poter perdere il filo. Si odiarono come chi sa di non potersi davvero lasciare. Ballarono su una musica intermittente e scoprirono che, tra il suono e il silenzio, c’era il passo.

Ogni tanto, al crepuscolo, una processione di gatti li accompagnava fino a un ponte dove il fiume si ricordava ancora di essere futuro. Lì, gli immortali appoggiavano gli occhi alla ringhiera come si poggia la fronte a una fronte. E la città, che non c’era, li vedeva per un istante forse perché avevano scelto una piccola fine per guadagnarsi una minuscola presenza.

Lo sai, vero, che chi vuole esistere per sempre deve imparare a finire un po’ ogni giorno? E che guardarsi senza sosta è come non guardare mai: chi ama ha bisogno di scomparire ogni tanto per tornare intero.

Nota della Malagatta: «Non ho nulla contro l’eterno: è il suo alito che puzza, se non gli apri la finestra. Date all’amore una fame e una sedia, non un altare e un secolo. E quando gli occhi diventano troppo puliti, sporcatevi le mani: l’odio, se ben addestrato, è solo la guardia del confine.»

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