
Lo sai, vero, che ci sono film che non si guardano con gli occhi, ma con il campo energetico? Donnie Darko è uno di quelli. Ti attraversa come una corrente: o la reggi, o ti spegne il cervello.
Uscito nel 2001, troppo presto per essere capito e troppo tardi per essere ignorato, questo film è una parabola sul tempo, la follia e la percezione. Una fiaba quantica raccontata da un adolescente che parla con un coniglio di due metri e mezzo. E già questo basterebbe per una seduta di terapia, o di magia.
Donnie è il prototipo dell’anima risvegliata in un mondo che dorme: vede i flussi del tempo, sente le menzogne dell’autorità, intuisce che la realtà è un loop che si ripete finché non impari la lezione. E la lezione, naturalmente, è la più fastidiosa di tutte: la libertà costa la solitudine.
Il film è un rito iniziatico mascherato da dramma scolastico. Ogni personaggio è un archetipo: la maestra che predica amore mentre semina paura, il guru spirituale che nasconde il marcio, la sorella che danza nell’illusione collettiva. E in mezzo a tutto questo, Donnie: lo sciamano inconsapevole, il portatore del caos necessario.
Richard Kelly costruisce una storia che evoca. E in questo sta la sua potenza: non capire è parte del rituale. Chi cerca la logica resta fuori dal portale. Chi sente vibrare qualcosa, anche senza parole, lo attraversa.
✨ Verdetto della Malagatta
Lucidità visionaria: 9/10
Comprensibilità umana: 3/10
Numero di realtà alternative in cui la Malagatta lo rivedrebbe: tutte, ma con meno compiti di matematica.
Quindi: Donnie Darko è una sincronicità in formato VHS. Ti lascia confuso, malinconico, risvegliato — come dopo un sogno che non vuoi spiegare per paura che smetta di essere vero.
Lo sai, vero, che la follia è solo la verità detta troppo presto?
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