La Malagatta

la Verità che non fa le fusa

🕯️ Favola della Malanotte #3 – Il gatto e la verità

Una volta la Verità prese le sembianze di una donna bellissima e andò nel mondo per farsi ascoltare. Camminava con una luce che non si poteva guardare troppo a lungo senza sentire bruciare gli occhi. Bussava alle porte, entrava nelle cucine, si sedeva sui letti disfatti. Parlava poco, ma quando parlava, i muri smettevano di scricchiolare per ascoltare. Eppure, ovunque andasse, la cacciavano: troppo nuda, troppo diretta, troppo reale.

Le tiravano addosso tende, le mettevano addosso cappotti di scuse, la coprivano con tovaglie ricamate di mezze frasi: «Non adesso», «Non così», «Non davanti ai bambini». Le sue parole lasciavano sul pavimento piccole impronte di luce, che qualcuno calpestava apposta per non vederle più. Nei salotti con i divani buoni la Verità veniva fatta accomodare solo se prometteva di non sporcare.

Così, una notte che odorava di cera e di carta bruciata, la Verità si sedette sui gradini di una chiesa spenta e si tolse la pelle. La piegò in quattro, la ripose dentro una borsa di tela con scritto “Per le occasioni speciali”. Sotto la pelle era viva allo stesso modo, ma più agile. Decise allora di travestirsi da Gatto: piccolo, nero, elegante. Con baffi come linee dritte tirate da un geometra stanco, e occhi che sapevano leggere anche quando il libro era chiuso.

Entrò nelle stesse case con un passo diverso, senza bussare, passava sotto. Cominciò a dire le stesse cose, ma con un miagolio e uno sguardo laterale. In cucina saltò sulla credenza e osservò la famiglia apparecchiare come se fosse una veglia. «Il sale è sul tavolo» disse, «ma manca il coraggio per metterlo sulle ferite.» Nessuno si offese: qualcuno rise. Il padre le fece una carezza distratta, come si fa quando si teme di essere visti teneri da sé stessi.

Nel negozio di stoffe, tra rotoli di velluto e pizzi che mentivano bene, si arrotolò su un bordo e sbadigliò: «Questa seta copre tutto tranne la vergogna.» La negoziante, che di vergogne ne cuciva per mestiere, si aggiustò la spilla e pensò: “Che bestia insolente.” Ma sorrise, e vendette meno veli e più aghi.

In piazza, sugli scalini del municipio, guardò i discorsi impastarsi di promesse come pane fatto con troppa acqua. «Parlate finché non sentite più niente» miagolò. «La verità non fa rumore, fa spazio.» I piccioni fecero un inchino involontario; i passanti rallentarono, ma nessuno si sentì accusato. Al massimo, leggermente pettinato contropelo.

La gente, finalmente, iniziò ad ascoltarla. Perché la verità, quando arriva con un pelo di ironia, fa meno paura. Si lascia mettere in grembo, si lascia scaldare. Non chiede “permesso?”, salta; e quando atterra, le ginocchia del silenzio fanno un piccolo clic di assestamento.

Fu allora che arrivò la Malagatta, sorella maggiore e minore di tutte le verità che non chiedono scusa. Uscì da una fessura della sera, con il passo dei furti riusciti bene. Guardò la Verità travestita e le fece un cenno con il mento, come si fa tra gatti che si rispettano.

«Bella pelliccia. Ti sta di cattivo umore, come piace a me» graffiò. «Ma ricordati: se ti fai accarezzare troppo, ti scambiano per arredamento.»

Le due si annusarono come fanno i pari. Poi presero servizio. Entravano dove l’aria era finta e rovesciavano la tovaglia dei discorsi; si infilavano nelle notti di chi fingeva di dormire e gli sistemavano il cuscino sotto il cuore. Lasciavano graffi sottili sulle cose molli, senza volontà di ferire, solo per far uscire l’acqua stagnante.

In una casa al terzo piano, dove la madre conservava i “poi” in barattoli etichettati, la Verità-Gatto ruppe un coperchio con la leggerezza di un soffio. Un odore di zucchero vecchio invase il corridoio. «Questa è una scusa caramellata» miagolò. La Malagatta abbassò una zampa e tracciò una riga sul linoleum: «Da qui in avanti si chiama pane. E si mastica.»

Un vecchio le vide fisse su una ringhiera. Fece per scacciarle con il giornale arrotolato. La Malagatta gli morsicò piano il titolo: «Paura della notizia? Leggila al contrario: a volte è più vera.» Il vecchio srotolò il giornale, e scoprì che il necrologio parlava di un’abitudine e non di una persona. Pianse poco, come quando un chicco di riso va di traverso, e respirò meglio.

Una bambina seguì la Verità fino al cortile. «Sei di qualcuno?» chiese. «Sono di chi mi riconosce» rispose il Gatto. «E se non ti riconosco?» «Allora sono tuo lo stesso: mi chiamerai destino finché non trovi il mio nome.»

Non tutti gradivano. C’era chi metteva fuori ciotole di latte annacquato, sperando che le due bestie si addolcissero. La Verità beveva un sorso e diceva: «Sa di compromesso.» La Malagatta rovesciava la ciotola con una zampa: «Meglio niente che quasi.»

Una notte, davanti a uno specchio grande come un muro, la Verità smise un attimo di recitare il gatto. Si rimise la pelle di donna, solo per ricordarsi la fatica. «Mi preferiscono così» disse, «quando non capiscono che sono io.» La Malagatta le fece da cornice con la coda. «Ti preferiscono quando non possono accusarti di essere vera. E’ buffo: chiamano sincerità ciò che non li tocca.»

All’alba, il mondo non era cambiato — ma aveva tolto le scarpe per camminare più piano. Qualcuno aprì una finestra e non disse “che bella giornata”: guardò e basta, senza insultare il cielo con buone maniere. Qualcun altro non fece un post: fece un passo.

Lo sai, vero, che il modo più dolce per dire la verità è farla miagolare? E che, se non miagola, graffia: ma sempre per svegliare, mai per decorare.

Nota della Malagatta: «La verità non va spiegata: va messa dove inciampi. Se chiedono “perché sei così dura?”, rispondi “per non essere falsa”. E quando ti vogliono a strisce, ricordagli che le strisce sono tagli ben guariti.»

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