La Malagatta

la Verità che non fa le fusa

Favola della Malanotte #05

Il Lupo che si fece assorbire

Camminava nel bosco calpestando volontariamente il muschio. Le piaceva sentire la disgregazione sotto la suola, godeva nel far cambiare forma a qualcosa: da vivo e ignaro a sofferente e diverso. Con le chiavi segnava le cortecce, per lo stesso motivo. Puntava la torcia nelle tane per simulare un cataclisma nei micromondi; i piccoli rumori trattenevano il respiro. Quel cappottino rosso, destinato a uscire da solo, che doveva portare per essere riconoscibile, era la manifestazione cromatica dell’intensità dell’odio che provava per il mondo.

Insofferente e insoddisfatta arrivò, disturbando ma indisturbata, alla casa della vecchia nonna che, incapace di ammettere la mancanza d’autosufficienza, abitava sola in un luogo sperduto, costringendo la famiglia a spostarsi per fingere visite mentre le si portava il sostentamento. Un tempo le nonne tenevano zucchero nelle tasche; adesso custodivano liste e conti.

Dietro una pianta morente, di fronte alla casa, la ragazza scrutò una movenza: pelliccia con intarsi dorati, sguardo sinuoso, insistente, moderatamente interessato.
«Chi sei? Ti ho visto lì dietro.»
«Mi chiamavano Lupo. Mi sono stancato.»
«E allora come ti chiamo?» Lei era infastidita dall’assenza di definizione: per distruggere con gusto, aveva bisogno della composizione.
«Sono la tua salvezza e il tuo risveglio. Posso essere ciò che vuoi o ciò che non vuoi.»

L’essere dal pelo d’oro sporco si nutriva della linfa morta della vegetazione, leccandosi gli artigli con la stanchezza di un dovere ripetuto: lo stesso piatto ogni giorno. Aveva fame di qualcosa senza nome, sete di una diversità che lo rendesse di nuovo qualcuno.

La ragazza, attratta dalla possibilità di fare qualcosa di diverso dal copione, appoggiò la borsa frigo con il botox davanti allo zerbino. Le prudette il pollice: odorava di virale. Non poteva lasciarselo scappare.
«La storia dovrebbe ripetersi: tu ingenua mi dici dove vai. Ma io lo so, sono già qui» disse la creatura che un tempo chiamavano Lupo.
«Le storie ormai durano ventiquattr’ore. Ogni volta si riscrivono.»


Lei avanzava di lato, attenta a inquadrare l’oro della pelliccia e i filamenti di bava sulla corteccia. Due tipi di fame diverse chiudevano un cerchio, pronte a un banchetto.
«Questo mi rallegra. La nonna non è mai stata il mio obiettivo primario. Sono stanco di linfa morente.»
«Io non mi lascerò mangiare. In una versione vengo liberata, in quella originale no. Troviamo qualcosa che non sia già visto.»
Era già annoiata. Riprese la borsa, lasciò la bestia a strisciare tra le piante in cerca di qualcosa di vivo. Il Lupo non si accorse nemmeno di essere rimasto solo: continuò a pontificare su come avrebbe cambiato la sua storia.

«Nonna, sono qui.» Occhi fissi sullo scintillio nel palmo, labbro teso a cercare qualcosa che la interessasse, e la paura di trovare chi interessasse più di lei, la ragazza entrò nella stanza dove la nonna, in penombra davanti a uno specchio illuminato, si osservava il volto.
«Che pensi dei miei occhi, oggi?»
Lei alzò lo sguardo di sfuggita, il pollice intanto faceva scorrere le vite degli altri.
«Lo stesso di sempre, nonna: sono esageratamente grandi.»
«Devono esserlo, perché si vedano meglio.»

La nonna si voltò per guardarla meglio. La nipote era piena di ciò che lei rincorreva: collagene da vendere, energia, possibilità, sprecate nell’attesa di occasioni che non stava creando. Persino la bestia nel giardino secco era rimasta quasi inerte al suo passaggio. Ma lei avrebbe saputo che cosa fare di tutto ciò che la nipote sprecava.
«Hai portato quello che ho chiesto?»
«Sì, ma la mamma ha detto che deve bastarti per almeno sei mesi.»
«Vuoi che la nonna ti faccia un regalo?»
«Mmm. Che cosa?»
«Un video virale.»

La ragazza fissò sospettosa il viso gonfio e tirato della nonna. I seni lucidi spuntavano dalla vestaglia; le labbra forse tentavano un sorriso, ma senza indizi chiari era impossibile dirlo.
«Che ne sai dei video virali? Mentre li pensi, qualcuno li ha già postati. Rischi di sembrare come quelli che fanno le copie.»


La nonna la fissava come i lupi delle fiabe fissavano le prede.

«Cantami, o diva, della tua giovane vita,
l’ira funesta che vi percuote da tempo:
ché le vostre anime,
sbranate orrendamente dal poco,
già si nutrono delle vostre future salme.
Ed è un destino già scritto,
da quando il molto è diventato di ieri.
Senza contesa restate
uniti nell’attesa di ciò che, appena arrivato,
svanirà.»

La nonna restò a studiarne il volto, mentre, a memoria, iniettava gioventù nell’anima desiderosa di ardore. Sola e cantilenante offriva pose ieratiche; la nipote, lontana dall’idea di condividerla col proprio mondo, la offriva in pasto al mondo della madre, che rispondeva con una serie di emozioni gialle di apprezzamento e disgusto.

Intanto la bestia osservava dalla finestra, nostalgica dei tempi in cui le prede erano commestibili e desiderabili: non era la carne a nutrirlo, ma paura e desiderio, purezza e vergogna, sogno e urgenza. Si consumava al ritmo della loro sparizione, cambiando oggetto e soggetto, fame e interesse. Le particelle di tutte le nonne e nipoti di cui si era cibato erano scoppiate, sparpagliandosi, inquinate dalle sue stesse spore. Non poteva più chiamarsi Lupo: il lupo erano tutti; e le vittime avevano perso la purezza. Inquieto della propria incompletezza, iniziò a decomporsi per ricomporsi dentro la nonna.

«Ma nonna! Questo botox è fantastico. Sembri più giovane di me.»
La ragazza continuava a filmare la nonna che ringiovaniva in tempo reale sopra le emozioni gialle e sbigottite del gruppo di famiglia. Qualcuno rilanciò l’evento nel gruppo del mondo; le reazioni furono così tante e rapide che l’onda d’urto colpì anche la sua rete: gli sguardi su di lei crescevano al ritmo della trasformazione della nonna.

Ma la nonna — che ora era il Lupo — si avvicinava sinuosa: la fame si era risvegliata, antica e necessaria come lo sono le bonifiche quando un ambiente non guarisce da solo. In poche condivisioni il Lupo si fece assorbire anche dalla nipote: un refolo freddo le spense la torcia, nelle pupille le comparve un alone d’oro, e un odore di plastica calda coprì il muschio. Troppo intenta a fissarne i movimenti dallo schermo, non si accorse di essere preda, convinta com’era di vivere da carnefice.

Così, come una matrioska sbagliata, il Lupo trovò un modo nuovo per ricordare ai giovani sprovveduti che occorre temere gli incontri — anche quando appaiono innocui e morenti, anche quando sembra che siamo noi a decidere del loro destino. Perché da quando il Lupo ha scelto di non mangiare la nonna ma di farsi assorbire da lei, può davvero nascondersi ovunque.

Lo sai, vero, che certe fiabe non si salvano con la pancia piena, ma con l’appetito addestrato?

Nota della Malagatta
<< Il bosco oggi ha il vetro al posto delle foglie. Calpestate il muschio per sentirvi reali, ma intanto vi fate mangiare dagli occhi. 

Fate così:

contate tre respiri prima di puntare la torcia in una tana: chiedetevi se state illuminando o interrogando;

date alla fame un coltello e un piatto: distinguete tra voglia e bisogno, altrimenti diventate condimento;

Ricordate: cambiate sentiero, non cappotto. E se sentite odore d’oro caldo e plastica, tornate alla terra bagnata. Lì il muschio punge e salva: è l’unico modo per non finire nella pancia di un’abitudine travestita da salvezza.>>

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