La Strega dello zucchero
Si tratta sempre di un bosco o di una foresta. Forse perché, tra le foglie, la puzza si camuffa, o forse per la luce che filtra a intermittenza e ci si può nascondere in pieno giorno. In quella casetta in mezzo al bosco, fatta di promesse zuccherate e morbide carezze, un tempo si apparecchiavano pietanze paffute e giovani. L’ingrasso era affidato alle streghe. I bimbi venivano dati loro in orari precisi, concomitanti a quelli della palestra e degli aperitivi e, mentre i genitori bruciavano cocktail su finte salite in biciclette sudate, i figli gozzovigliavano con attenzioni e leccornie. Lentamente, l’attenzione delle streghe si fece necessaria al nutrimento anche dei genitori, che, affamati di libertà, aumentavano gli impegni inderogabili al lavoro e moltiplicavano le sedute dallo psicologo.
I bambini quasi non si accorgevano della punta dello spillo che verificava la misura della loro dedizione: lo confondevano per affetto. Per molti anni le streghe, madri dei padri e delle madri, si alternarono, reinventando la propria stregoneria in un nuovo modo di essere necessarie. Il sostentamento dei bambini diventò il loro nutrimento; così i bambini, nutrendole, sparivano alla vista dei genitori, che poi, a loro volta, diventavano streghe.
Ci fu un momento in cui il processo cessò, lasciando una povera strega da sola nella sua casetta fatta di dolcetti e meraviglie. Punzecchiava per abitudine il suo stesso fianco, considerandosi troppo sola per potersi mangiare e troppo grassa per annoiarsi. Di pieghe nella testa ne aveva tante e le sbarre delle segrete si erano fatte trasparenti per non farsi vedere. I bambini dei suoi bambini non venivano più e di lei il mondo non diffondeva alcuna notizia. Si diceva nel bosco, tra le foglie e le cerbiatte, che la strega avrebbe fatto rumore soltanto da morta. Ma le streghe non morivano più da molti anni: lei era l’ultima, perché era rimasta ancorata a una vecchia abitudine; le altre erano andate lontano, a vivere di luci dirette non intercettate dalle foglie.
A volte, non sempre, infornava qualche scoiattolo dopo averlo curato per giorni, ma le sue carni erano troppo selvagge e distanti dai gusti di porpora morbida che le cosciotte dei nipoti le avevano dato un tempo. Quando era Gretel, prima di diventare strega, aveva sconfitto il mostro per tornare dai suoi genitori; aveva salvato anche suo fratello, di cui adesso, però, non aveva memoria. Né lui di lei. I mostri. L’unica cosa che ricordava chiaramente era che in quella casa aveva ricevuto amore, quell’amore che ti fa sognare di rimanere fermo a ricevere, con la punta della lingua ad assaggiare porzioni diverse di estasi che lente scivolano sulla pelle e in gola, espandendosi direttamente nelle carni. Gli orologi ticchettavano con la luce accesa per ricordare che il buio era passato e, quando si fermarono, il tempo non tornò più. Quando diventò strega trovò la casa nel bosco, perché ricordava solo quella. Di tutto il resto, soltanto alberi tutti uguali, fatti apposta per perdersi tornando, piantati al contrario per occultare il cielo.
La strega Gretel cercò a lungo la strada per tornare a ciò che aveva perduto negli sguardi rivolti al passato, ma più si sforzava, più i dondolii si facevano deboli e i dolcetti più profumati. Il pane che sfornava ogni giorno era sempre troppo zuccherato e cresceva fino a sera per poi marcire all’improvviso, come una narice che si svuota di muco verde. Assonnata, si sdraiava spesso dentro il forno, per stare al caldo e per stare attenta. Ogni volta si stupiva di quanto fosse grande e, silenziosamente, ringraziava che lo fosse. In quei momenti gli scoiattoli che avevano smarrito i compagni andavano a spiarla dalle finestre, mentre tutti gli animali del bosco rosicchiavano la casetta fatta di promesse e dimenticanze, che lasciavano un sapore di melassa stantia e fuori moda in bocca. E, siccome gli animali non si lasciavano abbindolare dallo zucchero, sputavano pezzetti di bocca e di pensieri tutto intorno al piccolo giardino. Così, ogni volta che Gretel usciva dal forno, la casa era un po’ più piccina. Era necessario andare all’esterno per prendere aria: trovava i pezzetti e li mangiava, ritrovando alcuni dei pensieri perduti. Il sonno le rimpiccioliva il mondo e il risveglio le regalava disordine nell’anima. Lo zucchero era velenoso, ma non poteva smettere.
Una notte tra tante, quando ormai la casa era quasi scomparsa e nuda sotto gli occhi del bosco, Gretel sentì delle piccole manine che staccavano pezzi di caramello dall’unico muro rimasto: uscì affamata dal forno e, con gli occhi che brillavano, pronunciò un pezzo di bocca che aveva tenuto a mente. “Crocc crocc crocc, chi rosicchia la mia casetta?” Ma il vento non rispose, e il crollo la travolse. Si dice che adesso, in quel bosco, si aggiri una fata buona che, nata da un terreno coltivato con dolcezza, conduca i bambini verso la loro strada, lontani dallo zucchero che sembra amore e dall’amore che ti divora con lo zucchero.
Nota della Malagatta
Lo sai, vero, che non tutte le case che profumano di zucchero sono fatte per entrare. Alcune sono fatte per restare fuori, con la lingua in tasca.
Nel bosco, lo zucchero fa due magie:
addolcisce la paura finché non la riconoscete più;
appiccica i piedi al posto in cui vi stanno allevando.
Le streghe di oggi non hanno il naso adunco: hanno orari comodi, luci sempre accese e parole che dicono “te lo meriti”. Vi pungono piano per misurare quanta dedizione potete offrire, e voi scambiate la puntura per carezza. È così che il nutrimento diventa nutrirle.
Gretel lo sa: c’è un amore che sa di glassa e un amore che sa di pane. Il primo vi mette a sedere e vi riempie la bocca finché non avete più voce; il secondo vi mette in piedi e vi dà briciole per tracciare la strada. Confonderli è come scambiare un forno per un abbraccio.
Segnali da imparare a fiutare:
gli orologi che ticchettano con la luce sempre accesa: è il tempo che fa finta di starvi accanto;
i dolci che lievitano fino a sera e poi imputridiscono di colpo: è la promessa che non regge il vostro peso;
le case che diventano più piccole quando ci dormite dentro: sono i confini che vi si stringono addosso mentre riposate.
Cose da fare quando sentite “crocc crocc crocc” alle pareti:
non rispondete con fame, rispondete con passi;
sputate quello che sa di melassa vecchia, anche se vi hanno insegnato a non sprecare;
raccogliete i pezzetti di pensiero caduti per terra, ma non rimetteteli tutti in bocca: scegliete quelli che sanno di terra, non di vetrata.
Se proprio volete una regola, eccola: quando l’amore vi tiene fermi troppo a lungo, diventate forno. Quando vi rimette in cammino, diventate briciole. E le briciole non ingrassano nessuno: indicano casa.


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